La Sorical che c'era, la Sorical che non c'è, la Sorical che ci sarà

La siccità insegna la preziosità dell'acqua. Secondo un vecchio adagio indiano  rappresenta l'incubo dal quale scaturisce il sogno: quello di vedere scendere la pioggia sulla terra, cui viene attribuito la prerogativa della fertilità. Un vero e proprio incubo è quello che stanno vivendo i nostri territori, gli agricoltori, le città calabresi dove l’acqua potabile appare sempre più come un miraggio. Una condizione che incide negativamente sulla vita di chiunque.

A fronte di tutto ciò, occorre maturare, a livello politico-istituzionale, il concetto dell'acqua come strumento di progresso e veicolo di democrazia. Due definizioni che ben si conciliano con la recente legge regionale che disciplina il governo delle acque attraverso una più puntuale regolazione della gestione del sistema idrico integrato calabrese. La stessa, infatti, non solo ha provveduto alla soppressione degli enti d’ambito provinciale, ma offre una occasione unica alla Calabria: di far divenire l'elemento acqua uno strumento di ricchezza, di contributo all'occupazione, di redistribuzione e di sostegno alla povertà. Se a tutto questo aggiungiamo della sua indispensabilità alla vita, riusciamo bene a comprendere l'attenzione che meritano le soluzioni volte a migliorare la gestione dell’esistente. Un obiettivo perseguibile nella nostra regione solo qualora si voglia mettere insieme la saggezza delle scelte, l'autocritica, la lungimiranza e i bisogni sociali, quelli più imminenti ed emergenti. La Sorical, dopo anni di cattivo governo societario e regionale, è divenuta strumento di occupazione clientelare con l'irresponsabile disimpegno della spesa destinata a quegli investimenti che una struttura che si occupa, per l'appunto, di acqua, avrebbe necessariamente meritato. Con la messa in liquidazione, Sorical è destinata a morire sotto l'ascia dell'insipienza burocratica portandosi dietro non si riesce a capire quanti cadaveri, nonostante un know how e un avviamento consolidato. Valori, questi, che renderebbero, di contro, appetibile l'iniziativa sul mercato imprenditoriale, anche pubblico. Una peculiarità che richiederebbe una radicale revisione delle scelte, anche squisitamente liquidatorie, effettuate dalla Regione per fare in modo che si riesca a realizzare, attraverso una qualche nuova iniziativa produttiva, una novellata imprenditorialità regionale. Occorre, pertanto, un modo di esercitare impresa pubblica di ambito specifico capace di produrre dividendi sociali, intesi nel senso di liquidare alla collettività più povera quote d'utile attraverso un minore prelievo del servizio in favore dei meno abbienti. L'acqua (ma anche i rifiuti) costituiscono una spesa troppo pesante per le famiglie. Necessita intervenire in favore di quelle a basso reddito. Riuscirà in questo l'AIC, istituita con la legge regionale? Come? Forse la soluzione ci sarebbe, prescindendo però dai convincimenti, più o meno palesi, del solito notabile di turno.

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